Blu, verde e … stoccafisso. Lofoten, il mare davvero alternativo


“Questi di detti scogli sono uomini purissimi e di bello aspetto, e così le donne sue, e tanta è la loro semplicità che non curano di chiuder alcuna sua roba, né ancor delle donne loro hanno riguardo: e questo chiaramente comprendemmo perché nelle camere medeme dove dormivano mariti e moglie e le loro figliuole alloggiavamo ancora noi, e nel conspetto nostro nudissime si spogliavano quando volevano andar in letto; e avendo per costume di stufarsi il giovedì, si spogliavano a casa e nudissime per il trar d’un balestro andavano a trovar la stufa, mescolandosi con gl’uomini (…)”. Cosi descrisse gli abitanti delle Lofoten il primo italiano che, naufragando, arrivò in queste isole, a duecentmo chilometri sopra il circolo polare artico: Pietro Querini, veneto. L’ospitalità ricevuta dai norvegesi che salvarono la vita a lui e al suo equipaggio fu davvero encomiabile: il 15 maggio del 1432, quando lo aiutarono a ripartire per Venezia, gli riempirono l’imbarcazione di stoccafissi essiccati. Dono che ebbe la conseguenza storica di conquistare i veneziani, tanto da entrare nella cucina di base veneta e nell’elenco delle pietanze fissate nell’ultima sessione del Concilio di Trento, il 4 dicembre 1563, per gli oltre 200 giorni di magro.

In queste cinque isole ( Austvågøy, Gimsøya, Vestvågøy, Flakstadøya e Moskenesøya) un tempo collegate con chiatte ed oggi con perfetti tunnel, anche sottomarini, e ponti bellissimi a dorso di mulo (per permettere il passaggio del battello postale e delle grandi imbarcazioni per il pesce) ci sono ovunque essiccatoi: potete guardarli semplicemente per fare una foto o guardarli per leggervi la storia economica e sociale delle Lofoten. Il viaggio è sempre negli occhi di chi guarda. Se appartenete alla seconda “specie” di viaggiatori, prima di partire, il consiglio è di leggere la relazione di viaggio scritta da Querini per il Senato (poi ripresa da un famoso umanista del Cinquecento, Giovan Battista Ramusio, nel volume “Navigazioni e Viaggi”).

Domanda di base: come si arriva alle Lofoten? Noi abbiamo scelto forse il modo più comodo, con Giver, il tour operator che è leader nel settore per le destinazioni del Grande Nord. Volo speciale Mllano – Bodo (solo tre ore e mezzo) e poi traghetto da Bodo alle Lofoten. Un’accortezza: a Bodo, prima di imbarcarvi, passerete accanto all’ultima ferrovia della Norvegia. Prestateci attenzione, è la stazione più a nord del Paese (ne esiste solo una ancora più a nord, ma è a Kiruna, in Svezia). Vi colpirà un particolare: a differenza di tutte le altre costruzioni, non è in legno. “Prima della Seconda Guerra Mondiale, la ferrovia norvegese – ci spiega Christian Costa, tour leader di Giver Viaggi – si fermava a 850 km a sud, a Trondheim. Questa che vediamo è in muratura perché fu costruita dai tedeschi secondo tecniche tedesche e non norvegesi e per questo non è stata bombardata”. Fa quasi impressione rendersi conto di come il silenzio e la pace di questi luoghi, dove la natura domina sull’uomo, sia in realtà interrotto dalla “voce” silenziosa di architetture che portano con sé ancora segni della violenza umana. In questi paesaggi surreali, sembra difficile immaginare un luogo più lontano dalla guerra, eppure anche qui ne restano le tracce. 


Blu, verde e ... stoccafisso. Lofoten, il mare davvero alternativo

Lofoten. Foto Anna Maria De Luca

Ci imbarchiamo consolandoci con un pezzo di natura che portiamo in tasca: il lampone artico, l’åkerbär, frutto di bosco che è stato descritto per la prima volta nel 1658 da Olof Rudbeck senior dell’Università di Uppsala (Svezia). I russi lo chiamano knjazenika, cioè “bacca dei principi”, proprio per la raffinatezza del frutto e la difficoltà sia nel coglierlo che nel conservarlo. Assaggiarlo, in navigazione, è un po’come allontanarsi con i sensi dai pensieri “delle cose umane”, la stazione appunto, per perdersi nella meraviglia della natura che qui alle Lofoten ci offre 27 varietà diverse di frutti di bosco. Siamo infatti in una “destinazione sostenibile”: marchio di qualità dato alle località che lavorano in modo sistematico per ridurre l’impatto negativo del turismo.

Dopo circa tre ore e mezzo di navigazione (state a poppa se volete sentire di meno le onde o sul pontile per essere più coperti dal vento), alle 14.15 sbarchiamo a Moskenes, nella contea di Nordland, tra serene vedute costiere e picchi alpini simili a scure piramidi rocciose. Il primo villaggio che vediamo è A I Lofoten, un porto di pescatori posto a sud-ovest di Moskenes, sull’isola di Moskenesova, con le tipiche casette rosse, che si chiamano rorbu. La pesca è stata sempre la grande ricchezza delle Lofoten: è proprio qui che vengono a deporre le uova i merluzzi che tra gennaio ed aprile arrivano dal mare di Barents.

Grazie alla calda Corrente del Golfo, nelle Lofoten il clima è molto più mite rispetto ad altre parti del mondo, a parità di latitudine. Meravigliose in questa stagione per il sole di mezzanotte, meravigliose in inverno sotto l’aurora boreale (da settembre a metà aprile), le Lofoten furono abitate, dal 500 d.C., dai norreni. Qui si trova il più grande insediamento vichingo della Norvegia del Nord. Per vedere come erano fatte le loro case, andate a visitare il museo di Borg, uno dei comuni più importanti dell’arcipelago. Qui gli archeologi hanno rinvenuto la più grande casa risalente ai vichinghi: un edificio  lungo 83 metri che è stato ricostruito come museo vivente.

A proposito, una chicca: ci spiega Christian della Giver, come capire quali siano le città nate come insediamenti vichinghi: quelle che terminano in “-vik”, come Narvik.

Per risvegliare l’orgoglio di italianità andate a Rost, nota come “isola di Sandrigo”: in piazza, gli abitanti hanno eretto una statua in memoria di Pietro Querini, nel cinquecentenario del suo naufragio. Stessa cosa hanno fatto gli abitanti di Sandrigo, nel vicentino, dedicando una piazza a Rost. Se volete vedere l’immagine che si trova su tutte le cartoline delle Lofoten, andate a Reiner: mirabile spettacolo della natura cullato in insenatura meravigliosa con, sullo sfondo, gli 800 metri dell’Holfsid, il monte più alti delle Lofoten che cambia forma a seconda della prospettiva con cui lo si guarda. E, a proposito di sguardo, osservate le acque di Reine e lasciate che vi parlino. Sono spettacolari: a questa latitudine esiste infatti la barriera corallina di profondità più grande al mondo (il che, ovviamente, non significa che ci sia qui la stessa flora o fauna dei Caraibi o dell’Australia). Troverete migliaia di minuscoli coralli: qui alle Lofoten sono molto  piccoli e bianchi. Osservateli ma non portateli via: non sono un souvenir.  Quando muoiono si sgretolano, finiscono sul fondo, e, lentamente, vengono accompagnati dalle maree verso le spiagge. In migliaia di anni, coralli e conchiglie, sbriciolandosi per effetto dell’erosione dell’acqua salata del mare, hanno regalato alla Norvegia spiagge bianchissime e meravigliose come questa di Reiner, su acque cristalline e pulite (ma altre ancora ce ne sono salendo verso Capo Nord). Guardate, ammirate e fate silenzio. Non è luogo di parole: sono le Lofoten, quasi alla fine del mondo.



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