Bangkok. Effetto DiCaprio: dopo la spiaggia, ora chiude anche la strada di “The Beach”


BANGKOK –  C’era una volta Khaosan road. Quattrocenti metri di strada eccentricamente caotica ai margini del traffico di Bangkok dove perdersi tra banchetti d’ogni genere di mercanzie economiche, odorosa di aspri cibi fermentati e dolci effluvi di pancake alla banana e al cocco, spiedini d’arrosto di maiale, pollo e insetti tropicali compresi scorpioni e tarantole a due passi dalle barche che portano al Palazzo reale lungo il placido fiume Chao Praya.

Per quarant’anni e fino a un anno fa ha mantenuto quasi intatta l’aura di oasi anarchica per giovani viaggiatori senza soldi, icona mondiale di saccoapelisti e avventurieri immortalata dal libro di Alex Garland e dalla versione cinematografica di The Beach con DiCaprio. Ma la fama e il conseguente afflusso di oltre un milione di visitatori l’anno sono stati anche all’origine dei problemi che ne stanno trasformando il volto, con un annunciato “restyling” e riorganizzazione prevista tra ottobre e febbraio prossimi per attrarre dopo la riapertura una clientela più danarosa di famiglie e comitive organizzate.

E’ cio’ che avverrà anche sull’isola di Phi Phi costretta mesi fa a chiudere la celebre spiaggia del film per eccesso di sovraffollamento e inquinamento. Il protagonista venne a sapere dell’esistenza della allora solitaria e incontaminata Maya beach proprio in una delle spartane guest house sorte come funghi dagli anni ’80 in questa strada nota anticamente per il commercio di riso e poi per quello di parafernalia religiosa buddhista.

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Estrema e trasgressiva, tra “canne” leggere, coctail di liquori economici, improbabili energizzanti e allegri incontri casuali tra genti di mezzo mondo, Khaosan ha contrastato a lungo il trend dei supermagazzini con le griffes globali e di moda disseminati ormai ovunque, “pataccando” le prime Lacoste, VHD e CD di musica o film e perfino i documenti d’identità, comprese tessere da poliziotto, giornalista, studente. Ai mostri del consumismo e della ristorazione d’alto bordo la strada contrapponeva sotto una selva di colorate insegne al neon un labirinto di banchetti dello street food e dell’abbigliamento alla portata di tutti, come quelli un tempo aperti ovunque fino a notte inoltrata nei mercatini e lungo le strade commerciali della capitale thailandese, passati oggi da 700 ad appena 200, con 10mila punti vendita contro i 240mila di pochi anni fa.

A luglio del 2018 il governatore cittadino annuncio’ tra lo stupore e le proteste di molti la prima rivoluzione di Khaosan ordinando ai banchetti che intralciavano il passaggio di togliersi dalla strada e trasferirsi in altre zone meno commerciali. Il provvedimento fu esteso a numerosi altri regni del cibo di strada come Silom, Klong Toey e il mercato dei fiori di Wat Hua Lamphong, dov’è già sparito da angoli e marciapiedi un pezzo dello charme da vecchia città dell’Asia con gli antichi canali sacrificati per far posto a larghe e anonime strade costellate di grattacieli moderni mentre – come a Venezia – il terreno si sta abbassando dieci volte più velocemente che altrove contro una tendenza opposta del mare ad alzarsi di 15 centimetri entro il 2030.

Nei giorni scorsi l’amministrazione – a proteste apparentemente sopite – non ha abbandonato ma rilanciato un piano di ristrutturazione di Khaosan da un milione e mezzo di euro che doterà entro pochi mesi i vecchi e luridi pavimenti di leziose piastrelle anti-scivolo, livellando i marciapiede alla strada con precisi lotti per i nuovi stand estratti a sorteggio tra i vecchi venditori e divisi in sequenze di dieci box ciascuno da un metro e mezzo per due, perfettamente allineati per lasciare spazio al passaggio di turisti, auto e residenti. I venditori potranno restare inoltre aperti solo dalla mattina alle 9 di sera, quando per tradizione lo sciame notturno dei backpakers si addensava qui a scambiarsi le esperienze di una giornata di esplorazioni metropolitane.

Il pugno duro contro merci illegali, false “firme” e perfino i palloncini con l’ossido nitroso noto come “gas esilarante”, renderà inoltre difficile vendere su Khaosan road dove la competizione al ribasso stimolava la fantasia di ambulanti senza troppi permessi e licenze. Facile prevedere la fine di un atmosfera da bazar vintage che affidava al caos del libero mercato e al caso anche il fascino dell’incontro tra occidentali (noti qui come “farang”) e antico spirito commerciale d’oriente, come avveniva alla Chungking Mansions di Hong kong trasformata da “pugno nell’occhio” dell’estetica a icona dell’easy and cheap travel, viaggiare facile con pochi soldi. I bene informati spiegano che in vista dell’operazione di lifting urbano le stanze più economiche di Khao San vengono acquistate e sostituite da hotel-boutique per visitatori di “classe” superiore, attratti da un luogo cult di antichi e decadenti splendori che il loro denaro trasformerà per sempre in un altro spot turistico omogeneizzato.

Le autorità cittadine hanno attribuito proprio alla loro immagine “obsoleta” e senza regole la necessità di uniformare questi 400 metri di strada al resto della ordinata e laboriosa megalopoli da 14 milioni di abitanti dove restano lungo la Linea d’ombra tra lecito e illecito solo i grandi quartieri a luci rosse come Nana e Patpong. Se non si è abbattuto anche qui il maglio degli urbanisti municipali si deve probabilmente all’enorme giro di affari e corruzione che coinvolge grandi reti del commercio di alcool e di esseri umani. Un business al quale la vecchia Khaosan road non poteva contraporre nient’altro che la simbiosi tra piccoli ambulanti di paccottaglia e viaggiatori squattrinati alla ricerca di souvenir a tipica denominazione d’origine incontrollata.


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Carlo Verdelli
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